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ARTISTI NO PFAS – Una presa di coscienza

18 GENNAIO – 22 FEBBRAIO 2026
Nuova Galleria Civica di
MONTECCHIO MAGGIORE


La mostra raccoglie le opere di 36 artisti uniti dalla comune volontà di innalzare un grido nei confronti dello stato di salute della terra e dell’ambiente che ci ospita. E’ un grido fatto di colore e di materia, di gesto e di parola che va oltre il degrado paesaggistico, i gas serra o il riscaldamento globale.

E’ un grido che scava in profondità, sotto la superficie visibile per portare la riflessione su una delle minacce più insidiose del nostro tempo: l’inquinamento chimico e la diffusione dei PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”. Si tratta di catene molecolari sintetiche e indistruttibili, utilizzate da decenni in molti prodotti di uso quotidiano che, non degradandosi, permangono nell’acqua, nell’aria, nel suolo, finendo, per accumulazione, nel nostro organismo, andando quindi a modificare i normali processi biologici con danni estesi e diffusi. Neonati e bambini sono i soggetti sottoposti a maggiori rischi, dato il loro peso ridotto. Di fronte a un simile pericolo si rende quanto mai auspicabile la messa in sicurezza di acque e terreni e più in generale è necessaria una bonifica ambientale capace di restituire condizioni di vita adeguate.

E l’arte in tutto questo?

L’arte può diventare progetto, offrire visioni di lettura e di interpretazione capaci di suscitare azioni di responsabilità, compresa un’etica nuova della cura. Le 36 opere qui raccolte ci parlano di acque sporche, violate, torbide, di terre nere percorse da veleni che, come un fiume carsico, riaffiorano nei nostri corpi.
Ricorrono immagini di urne, di tombe, di perimetri che si sfaldano e di paesaggi in decomposizione. Orizzonti di cenere, di grigio e di morte accompagnano segni, contorni e profili incisi che agiscono come solchi e ferite aperte. Attraverso l’impiego di materiali di recupero e linguaggi eterogenei che spaziano dalla fotografia alla realizzazione plastica, dall’installazione al dipinto, le opere in esposizione esplorano il contrasto tra un’idea di bellezza della natura e l’artificio chimico che l’assedia e la soffoca. In assenza o in presenza di colore, in abbondanza o restrizione di forme, è comune il desiderio che ogni lavoro diventi
strumento per superare l’indifferenza e rendere lo spettatore da osservatore passivo a testimone consapevole di una realtà in cui gli elementi vitali, in primis l’acqua, sono ridotti a vettori ed archivi di tossicità.

Se la scienza fornisce dati e statistiche, l’arte restituisce il carico emotivo della contaminazione e dell’ibridazione, mettendo a nudo le fragilità e le vulnerabilità del corpo umano dove la pelle è sempre più confine labile, membrana attraversabile per alterazioni anche irreversibili. Dalle terre e dalle acque venete, questa collettiva non intende circoscrivere una mappa del sacrificio e della pena, ma principalmente porre l’attenzione sul fatto che i PFAS costituiscono un problema globale che attende, ricordando il titolo della mostra, “una presa di coscienza” unanime, estetica e politica.
Il percorso espositivo nella varietà materica e nella poliedricità delle soluzioni umanizza l’emergenza e il pericolo, rende tangibile la minaccia che fluisce nei fiumi e nelle nostre vene. E’ una maniera per dare consistenza a un veleno che non ha odore né colore e tutto questo attraverso un’azione visibile e concreta,
l’opera, che si rivolge direttamente all’occhio, inteso come veicolo di conoscenza e “finestra dell’anima”, citando il sommo Leonardo Da Vinci.

La Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore che ospita questa nutrita assemblea di artisti diventa così una sorta di laboratorio di idee, spazio di incontro e confronto dove la dimensione artistica non è ornamento, non è decoro ma punto interrogativo, urto, monito e anche denuncia. L’insistenza del nero in pittura e in fotografia, le immagini di paesaggi rovesciati, apocalittici, la resa tattile scabrosa e volutamente terrificante di certe composizioni tracciano un itinerario che vuole essere dichiarazione convinta di verità e di consapevolezza nei confronti del mondo che abitiamo e che lasciamo in eredità. Ma quale eredità vogliamo trasmettere? E soprattutto quale impronta vogliamo lasciare nello spazio e nel tempo del futuro?

La speranza di un pianeta rigenerato è la risposta giusta.


Lorena Gava